ATTIVITÀ PER BAMBINI
LA FUNZIONE DEL GIOCO NELLA VITA PSICOFISICA
Il gioco rappresenta un esercizio fondamentale nella strutturazione della
personalità, specialmente di quella in età evolutiva. Teorie psicologiche o
biologiche hanno cercato di spiegarne la ragione:
Gioco come superfluo di energia,
secondo cui il soggetto dispone di un’eccessiva carica energetica che ha
bisogno di scaricare, facendo qualunque tipo di gioco. È stato però osservato
che a volte il bambino (se l’interesse persiste) gioca anche dopo l’insorgere
della stanchezza; inoltre la teoria, non spiega il motivo per cui un bambino
sceglie un gioco piuttosto che un altro.
Gioco come residuo di funzioni ataviche secondo cui il soggetto riproduce spontaneamente alcune attività dei
lontani predecessori che oggi appaiono inutili. Ad es. la lotta soddisfa una
tendenza ancestrale; attuandola il soggetto se ne libera, in quanto considera l’avversario
un partner indispensabile. Giocare molto da bambini (insieme ad altri bambini)
significa avere più probabilità di socializzazione da adulti.
Questa teoria è
comunque strettamente legata alla legge bio-genetica di Haeckel, secondo cui lo
sviluppo dell’individuo ricapitola l’evoluzione della specie (ad es. bambino
= uomo primitivo). Questa teoria però, se può spiegare giochi come la lotta,
la corsa, l’inseguimento, la caccia..., non può spiegare molti altri giochi
frutto dell’imitazione dell’adulto da parte del bambino.
Gioco come funzione e conservazione dello sviluppo,
secondo cui da un lato esso sviluppa e conserva le funzioni utili alla vita
adulta e, dall’altro, agisce come una valvola di sicurezza per scaricare l’energia
di alcune tendenze antisociali che l’individuo si porta con sé dalla nascita.
Questa teoria però non spiega il gioco negli adulti.
Gioco come esercizio preparatorio,
secondo cui l’attività ludica ha il compito di esercitare funzioni biologiche
che saranno poi utilizzate nella vita adulta (ad es. il gattino salta sul
gomitolo che gli rotola davanti e lo addenta, come in seguito farà col topo).
Questa teoria è stata accettata da pedagogisti come Froebel, Claparède e
Decroly.
I giochi infantili:
Esercizio senso-motorio (primi mesi di vita).
È un gioco fatto per il solo gusto di esercitarsi, verificando le proprie
capacità; dapprima l’attenzione è verso il proprio corpo, poi si sposta
verso gli oggetti.
Giochi simbolici (dai 18 mesi ai 6 anni).
Attraverso l’immaginazione e l’imitazione, il
bambino rappresenta un oggetto-persona-situazione che non sono presenti, ma che
fanno parte della sua esperienza; il bambino drammatizza il mondo interiore
della fantasia per mantenere l’equilibrio psichico; gli oggetti vengono usati
non solo per le loro proprietà funzionali e materiali, ma anche per quelle
simboliche, che il bambino attribuisce loro: ciò ovviamente presuppone una
certa capacità di analisi del contenuto di un ricordo che il bambino vuole
utilizzare.
Giochi Regolamentati (a partire dai 6 anni).
Questi giochi subentrano quando il bambino
sviluppa la sua socializzazione, cioè dopo aver acquisito un certo grado di
adattamento alla realtà e di tolleranza alle frustrazioni (in questi giochi
infatti deve accettare la sconfitta e non infierire sull’avversario in caso di
vittoria). Le regole possono essere tradizionali (quelle tramandate) o frutto di
accordi momentanei: l’importanza del loro rispetto è fondamentale per la
riuscita di questi giochi.
Hobby (a partire dai 6 anni).
Vengono intrapresi per puro piacere, ma sono
sottoposti alla realizzazione consapevole di uno scopo, che a volte può durare
anche tutta la vita, se le gratificazioni ch’essi forniscono si fanno col
tempo sempre più considerevoli (ad es. gli scacchi o la raccolta dei
francobolli). Si pongono quindi in una via di mezzo fra il gioco e il lavoro.
La capacità di giocare si trasforma in capacità di lavorare quando sono state
raggiunte le seguenti condizioni:
- a)
capacità di controllare o modificare gli
impulsi, che da aggressivi - distruttivi devono diventare costruttivi;
- b)
capacità di portare avanti piani prestabiliti, trascurando il piacere
immediato, le frustrazioni momentanee, e pensando invece al risultato finale;
- c)
capacità di passare dal principio del puro piacere (fonte di egocentrismo) al
principio di realtà, che permette di vivere il piacere nel rispetto delle
regole sociali.
È necessario armonizzare il lavoro manuale con quello mentale, sia per creare
una personalità psico-fisica equilibrata, che non abbia difficoltà a muoversi
nelle varie situazioni che incontra; sia per impedire che si formi, come spesso
invece succede, la discriminazione del lavoro manuale rispetto a quello
intellettuale. I fatti purtroppo dimostrano che questa unità di energia
muscolare e psichica tende a spezzarsi man mano che l’adulto si specializza in
una determinata attività lavorativa.