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EDITORIALE DEL MESE DI APRILE 2003

Capire e compredere

Il termine "capire" ha la stessa radice di "recipiente", a significare qualcosa che contiene, che si prende perché si riempie. Capire un messaggio, un concetto, un'idea, significa perciò rendersi ricettivi, a livello intellettuale, di una informazione; si tratta in sintesi di un'attitudine che potremmo definire passiva. Io posso avere capito perfettamente gli schemi della Cosmogonia, le parole con cui Max Heindel ci ha illustrato, attraverso gli illuminanti esempi che sapeva usare, certi concetti, ma non per questo la mia vita ne risulterà necessariamente fecondata e arricchita: quante cose "capiamo", ma quanto poco sappiamo usarle!

Max Heindel, le Guide dell'umanità e i Maestri spirituali che ci istruiscono con le loro parole, hanno allora sbagliato qualcosa, puntando inutilmente sulle parole che ci hanno comunicato, e che continuano a comunicarci? O siamo invece noi ad accostarci a questi insegnamenti in un modo insufficiente e superficiale?

Esiste un altro termine per definire il rapporto di conoscenza con quanto ci circonda; che però non è così nettamente dialettico, non distinguendo più il confine fra la mia dimensione intellettiva e in concetto in esame. Questo termine è "comprendere". Per "prendere" qualcosa siamo costretti ad impegnarci, a "comprenderla" in noi stessi fino a farla diventare parte di noi stessi. È sicuramente un atteggiamento attivo, che ci impegna, con una parola oggi di moda, multidimensionalmente. Dobbiamo impegnare non solo il nostro cervello, ma anche il cuore; dobbiamo mettere in gioco, oltre alla mente, anche la corporeità e l'anima.

Può addirittura essere di secondaria importanza l'aspetto intellettuale: se abbiamo fatto nostro quell'insegnamento, esso saprà modificare la nostra esistenza anche senza una conoscenza intellettuale, o senza dovere ogni volta attivare l'intelletto.

L'istruzione che ci viene data, allora, chiede il nostro "ascolto totale", in modo che l'aspetto intellettuale serva da canale per illuminarci più in profondità, consentendoci un reale avanzamento spirituale: è questo il vero ruolo che l'intelletto dovrebbe giocare. Leggiamo ed ascoltiamo, dunque, con la mente, ma anche (e soprattutto) con il cuore, e ci accorgeremo che le parole assumeranno significati fino a quel momento insospettati e inaspettati. E solo questo approccio permetterà all'insegnamento di produrre in noi un cambiamento reale di coscienza e di vita, tale da avviarci verso la meta della costruzione del corpo-anima.

L'insegnamento allora non verrà più da un autore esterno a noi, ma sarà diventato parte integrante del nostro essere: l'avremo fatto nostro. È questo che le Guide ci chiedono di fare, e potremo discriminare i veri Maestri tra coloro che mostreranno di puntare su questo, anziché volerci solo dimostrare la "loro" conoscenza.

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