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EDITORIALE DEI MESI DI LUGLIO-AGOSTO 2003

Gli insegnamenti: fonte e autorità

È sempre rischioso creare una associazione spirituale; lo si è visto in tutte quelle finora note: quando l'animatore, il fondatore non c'è più, il loro destino sembra essere la cristallizzazione nella forma. Ci si accapiglia per conservare lo spirito originario, senza accorgersi che facendo diventare le idee del fondatore come pietre inamovibili si ottiene esattamente l'opposto. Manca lo spirito che animava quelle idee; quella che resta è un'idea che privata dello spirito comincia a diventare ideologia, cioè cosa morta.

Come fare allora a discriminare, a intravedere se dietro ad un insegnamento, ad un pensiero, c'è o non c'è la vita, lo spirito che cerchiamo? Dobbiamo, per rispondere a questa domanda, fare una distinzione preliminare. Di solito, di fronte ad un testo o insegnamento, non discriminiamo fra due termini che, invece, andrebbero separatamente considerati: la fonte e l'autorità.

Se veramente lo spirito che ci anima è quello di conoscere, non possiamo non ricorrere ad una fonte di insegnamento. Essa può essere la scienza o la religione, o qualcosa che le superi e le integri qualora esse non ci bastino. Comunque, sarebbe inevitabile una fonte esterna a noi alla quale dare ascolto. Non è possibile evitare questo: l'unica cosa è ammettere che in questa fase è necessaria una certa fede; ma non cieca. Si presta fede, in attesa di poter verificare la verità di quanto comunicatoci. Questo però lo potremo fare quando, grazie all'insegnamento ricevuto, avremo raggiunto un livello di conoscenza superiore a quello attuale.

L'errore che comunemente commettiamo, infatti, è quello di abbinare alla fonte l'autorità, un'autorità che dev'essere perciò "degna di fede". Un tale atteggiamento, in realtà, si trasforma in un pregiudizio, che non può che chiuderci la via verso strade di possibile arricchimento. L'anelito che sentiamo verso la conoscenza o verso la devozione viene dalla nostra interiorità; è solo da qui che possiamo stabilire la verità di quanto ci si propone: soltanto l'assetato può stabilire quando una bevanda è stata in grado di dissetarlo. Facciamolo dunque decidere a lui! Solo a lui possiamo legittimamente riconoscere l'autorità per farlo.

L'autorità a cui fare appello, dunque, non potrà trovarsi che dentro ciascuno di noi, e il giudizio si baserà sulla capacità degli insegnamenti contenuti in quello che leggeremo o ascolteremo di appagare la nostra sete, e di avviarci verso una autonoma via spirituale.

Facciamo attenzione dunque, quando ci mettiamo in condizione di disseminare gli Insegnamenti della Saggezza Occidentale: proponiamoli senza imporli, e teniamo soprattutto presente che per trovare dissetante quanto ci viene proposto, la prima condizione è quella di avere sete. Non commettiamo l'errore di voler dare da bere a tutti, anche a chi non mostra ancora di avere sete. In quanto a noi, se davvero gli Insegnamenti ci hanno dissetato, dedichiamo tutto il nostro cuore ad essi, secondo le capacità e le peculiarità di ciascuno. Abbiamo già ricevuto; ora diamo!

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