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LA "FATICA" ILLUSORIADopo la consueta giornata di otto ore molti di noi rientrano a casa stanchi al punto di non potersi concedere un momento di quiete. Le casalinghe, che durante il giorno si occupano dei lavori domestici e dei bambini, "crollano" dopo aver governato la cucina e non hanno più nemmeno la forza di guardare la televisione, spesso addormentandosi nel corso della trasmissione. Quante ore vengono sprecate ogni sera oziosamente che potrebbero, invece, essere consacrate alla filantropia; allo studio, alla meditazione, solo per il fatto che non abbiamo la forza e la volontà, o l'autodisciplina, per "fare qualcosa di costruttivo"! Ma dev'essere proprio così? È possibile che l'uomo lavori ogni giorno per otto ore e consacri il resto del suo tempo a mangiare, dormire ed oziare? Siamo così schiavi della fatica da consentire simile influenza su di noi? A prima vista la cosa potrebbe sembrare vera, ma vi è sempre stato l'esempio di quelle persone eccezionali che sfidando la stanchezza hanno saputo compiere in un sol giorno quello che per·molti di noi richiederebbe un maggior tempo. Come avviene ciò? La risposta parziale a questa domanda potrebbe essere attribuita a una sovrabbondanza di energie. Infatti, sembra che l'individuo dotato fisicamente di robustezza, non si lascerebbe facilmente vincere dalla fatica. Ma vi sono casi in cui delle persone fragili e delicate hanno saputo realizzare miracoli nel campo del lavoro. Se la resistenza fisica non basta per rispondere completamente a questa domanda, bisognerà tener conto dei fattori mentali ed emozionali. Tra questi vi è, prima di tutto, la gioia di lavorare, fattore troppo spesso misconosciuto e disprezzato dalla nostra società che mira solo alle comodità e ai piaceri. "Se un lavoro val la pena di essere fatto vale la pena di essere ben fatto" ci dice il vecchio adagio, e si può aggiungere: "ma vale la pena di essere fatto con gioia". Malgrado l'opinione diffusa, l'ozio non è una condizione invidiabile, perché genera pigrizia e inerzia, impedendo il progresso mentale e spirituale. Di conseguenza, il semplice fatto di dover compiere un lavoro qualsiasi dovrebbe essere motivo di gioia e di gratitudine. Se val la pena di fare qualcosa, vuol dire che qualcuno, da qualche parte, trae vantaggio dal servizio, dal prodotto finito o dal lavoro. E se qualcuno ne ricava veramente dei vantaggi è una buona ragione per rallegrarsi d'essere stati in grado di servire il cliente o il consumatore, chiunque sia. E se il lavoro non vale la pena d'essere fatto, e se non giova a nessuno, sembra che più presto lo abbandoniamo, meglio sarà. Riconosciamo che esistono lavori che oggi più di ogni altro producono soddisfazione. Il maestro che ama i suoi alunni e che svolge il lavoro creativo di istruirli sarà più propenso a trovare soddisfazione e gioia nel suo lavoro dell'operaio alla catena di montaggio che avvita meccanicamente, cento volte al giorno, lo stesso tipo di bullone sullo stesso tipo di pezzo. Il medico può rallegrarsi molto più della sua opera quando vede il paziente ristabilirsi che non l'addetto a un banco di legumi che non si avvantaggia della sua merce. E tuttavia, tutti questi diversi lavori sono necessari. Se non vi fosse l'operaio che lavora alla catena di montaggio, il maestro non avrebbe la macchina per recarsi a scuola, o i giochi educativi per ï bambini; se non vi fosse il venditore, il medico dovrebbe passare il tempo a coltivare legumi per nutrire la propria famiglia. Così, il maestro aiuta il figlio dell'operaio, che a sua volta lo aiuta, e il medico aiuta la famiglia del commerciante, che a sua volta gli fornisce gli alimenti. Poco importa quale lavoro facciamo; quello di cui possiamo essere certi è che noi stessi ci avvantaggiamo di un buon numero di lavori eseguiti da persone diverse in vari campi. Così, quando ci rendiamo conto dell'aiuto che ci rechiamo l'un l'altro abbiamo motivo di rallegrarci di qualsiasi lavoro. Se proviamo gioia nel fare il nostro lavoro, ne ricaveremo entusiasmo e ottimismo. Se siamo felici di eseguire un lavoro, lo porteremo a termine con maggiore rendimento o perfezione in un tempo record, invece di contentarci di fare solo il minimo richiesto. Noi crediamo nel valore del nostro lavoro e lo continuiamo con più ardore. È ben noto che la gioia, l'entusiasmo e l'ottimismo creano uno stato d'animo e un'atmosfera su cui la fatica non può avere alcun effetto. La stanchezza è più sentita quando si è depressi, pessimisti o disgustati. Il lavoratore che passa la sua giornata lavorando di malavoglia e non vive che nell'attesa di abbandonare il proprio lavoro finisce per essere svuotato e spossato mentalmente ed emozionalmente molto prima della fine della giornata. Come si sa, questa oppressione mentale lo pervade al punto che neppure alla sera riesce a liberarsene, soffocando così il desiderio di fare qualcosa di costruttivo. Poiché tale oppressione non è naturale la confonde con la stanchezza - egli desidera fuggirla, ma si sente troppo stanco per qualsiasi evasione, tranne che per i divertimenti esteriori. Egli non può fare nulla di se stesso. Quello che non arriva a capire è che questa depressione mentale o fatica dev'essere curata nell'intimo per permettere a una qualsiasi "evasione" di prenderne il posto e di elevarlo al di sopra dello stato passivo nel quale si è messo. È anche ben noto, ma spesso trascurato, che chi intraprende un lavoro con gioia ed entusiasmo non solo lo sbriga molto più celermente del tempo stabilito, ma è pure in grado di continuare a lavorare più a lungo senza provare la minima fatica, cosa che il suo contegno depresso e pessimista lo porterebbe ad essere stanco prima della fine della giornata. E quando termina il lavoro, benché si rilassi un momento per fare una pausa, egli si sente più stimolato e pronto per dedicarsi, dopo il desinare, a qualsiasi attività costruttiva. Altro fattore, che finisce per spossare alla fine della giornata di lavoro, è l'ambizione. Coloro che sgobbano solo per ottenere un avanzamento e superare il collega sulla "scala del successo" non risparmiando alcun sforzo per avanzare e migliorare la loro posizione, solo per amore del vantaggio e del prestigio, finiscono senza dubbio per sentirsi spossati alla fine della giornata. Ciò non significa che non si debba mirare all'avanzamento, questo è certo! Le promozioni, che sono il risultato dell'esperienza e del lavoro ben fatto, sono certo meritorie, lodevoli e benvenute. Si guadagnano le promozioni quando si considera il lavoro fine a se stesso, e lo si esegue bene per amore della perfezione e non per farsi notare dai superiori. Ma se il movente è l'avanzamento e lo si ottiene danneggiando altri o per tradimento, inganno o astuzia, la soddisfazione ricavatene non è che transitoria. Si mirerà al successivo gradino da salire e il ciclo ricomincerà di nuovo. Molto spesso anche simile promozione è ottenuta a spese della salute e della tranquillità d'animo dell'interessato e della sua famiglia. È certo che dopo le varie macchinazioni per ottenere un tale avanzamento inconsapevolmente o no egli è emozionalmente estremamente spossato. Spesso cerchiamo di liberarci da questo stato ricorrendo a bevande forti o altri stimolanti, cosa che, dopo un certo tempo, non fa che deprimerci di più. La natura dannosa o distruttrice di nostri scopi o progetti ci ha spossato mentalmente più di un lavoro fatto bene. Perché è pur vero che tutte le attività negative e distruttive prendono il sopravvento sul fisico, sulla mente e sullo spirito in modo che le attività positive e costruttive, che per natura sono energetiche, non potrebbero mai prenderne il posto. Tuttavia, la principale causa di depressione fisica, alla fine di una giornata di lavoro, è che non siamo riusciti a fare appello alle nostre facoltà spirituali, che ci avrebbero aiutato a far fronte con fiducia, sicurezza, successo ed energia, ai problemi quotidiani della vita. Quando dipendiamo esclusivamente dalle nostre riserve interiori, che sono al presente piuttosto limitate, ci stanchiamo rapidamente. Ma quando in tutta semplicità, umiltà e fiducia, chiediamo l'aiuto divino per adempiere meglio il nostro compito nel mondo e se i nostri motivi sono buoni, il nostro interesse sincero e il nostro lavoro utile, l'aiuto ci sarà accordato ampiamente. Allora, invece di essere abbattuti dopo una giornata di lavoro, ci sentiremo forti e capaci di lanciarci nelle attività benefiche a noi stessi e agli altri. Invece di passare le serate nell'ozio e nell'inattività, ci sentiremo più incoraggiati a leggere, e fare progetti costruttivi per migliorare la casa o i dintorni, a consacrare il nostro tempo a ogni attività collettiva o altruista e a intraprendere uno studio serio o una meditazione, indispensabile per la crescita dell'anima. Il disaccordo con noi stessi è sempre spossante. Anche dopo molto tempo che viviamo "dentro e fuori" del mondo saremo troppo inclini a reagire emozionalmente alle discordie o frustrazioni che ci assalgono. Noi giudichiamo in modo personale e soggettivo gli avvenimenti imprevisti, gli errori e le false interpretazioni, invece di essere obiettivi e di non fare, così, di piccoli intoppi una montagna. Tuttavia, quali aspiranti alla vita spirituale, sforziamoci sempre più di ottenere un equilibrio interiore. La nostra prospettiva viene modificata radicalmente e a poco a poco le vicissitudini del piano materiale cessano di eccitarci. Come contropartita otteniamo la pace e la forza interiore che ci permettono una maggiore utilizzazione delle nostre potenzialità. La cosa più importante da capire è che ciascuno di noi ha il suo lavoro da compiere nel mondo e che, sebbene gli sembri più o meno interessante, il modo in cui dev'essere fatto non deve risentirne. Se possiamo dirigere i nostri pensieri nella buona direzione, potremo rendere interessante qualsiasi compito, per quanto grave esso sia. Chi si convince che il suo lavoro è effettivamente benefico al prossimo si farà un dovere di ringraziare Dio d'avergli dato l'opportunità di servire e sarà felice di aver ricevuto tale incombenza. E, infine, colui che desidera sinceramente ricevere l'aiuto di Dio, dopo aver messo ordine nei suoi veicoli con il fine di fare meglio e di più, e che domanda umilmente aiuto, non resterà senza risposta. Molti di noi non hanno idea del rendimento e della formidabile realizzazione, sia mentale che fisica, di cui siamo capaci. Possiamo e potremmo anche arrivare a un tale stato di evoluzione se ci teniamo sempre pronti per qualsiasi compito imprevisto, e saremo allora in grado di operare in comune e in modo costruttivo per periodi di tempo molto più lunghi di quello che si possa immaginare. La "fatica" alla quale così spesso soccombiamo sarà allora considerata come un'illusione che sarà facile vincere con il nostro slancio, la nostra attività e il nostro entusiasmo. Quando avremo ben appreso a lavorare e a rendere il massimo, il bene che potremo realizzare, tanto per noi quanto per gli altri, come pure le facoltà insperate che ne avremo ricavato, sono inimmaginabili. |
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GRUPPO STUDI ROSACROCIANI di PADOVA Centro Autorizzato della Rosicrucian Fellowship - Oceanside, California. Centro Promotore della "Comunità Rosa+Croce Internazionale". |