LE COMUNITÀ DELLA NUOVA ERA
Sommario
Chi vuole raggiungere il regno dei cieli attraverso le opere,
non deve rinnegare i beni materiali, ma li deve considerare per quelli che sono, ovvero dei validi
strumenti con cui soddisfare le proprie necessità e quelle dei suoi simili.
CAPITOLO 1
Chi ha deciso di seguire un "sentiero" può anche farlo
operando, cioè svolgendo un lavoro spirituale nella vita pratica e nei rapporti
con gli altri uomini con l’obiettivo primario di stimolare questi ultimi ad
attivare meccanismi di crescita spirituale.
Si esporranno nel prosieguo di questo paragrafo principi applicati da coloro che
hanno deciso di vivere la loro spiritualità mediante le opere e, quindi, ponendo
in essere interrelazioni con altri loro simili nell’ambito di una organizzazione
di vita comunitaria.
Il lavoro spirituale fattuale è, chiaramente, un lavoro
diverso ed ulteriore rispetto a quello di pregare e meditare.
L’inizio di un tale lavoro è ostacolato da un lato dalla
paura, connaturale in tutti gli uomini, del superamento dei bisogni personali
materiali propri e della propria famiglia, e dall’altro lato dall’esistenza di
un desiderio di ricchezza, anch’esso ben radicato in tutti gli uomini,
consistente nel cercare di possedere beni al di là di quanti ne occorrono per
sopperire alle necessità di sopravvivenza propria e dei propri familiari.
La paura ed il desiderio indicati sono radicati nella parte
emozionale di ciascun uomo in misura tanto più profonda quanto meno forte è
l’inclinazione a seguire un sentiero spirituale.
Fin quando l’uomo avrà un corpo fisico non potrà fare a meno
di nutrirsi, di vestirsi e di ripararsi da intemperie atmosferiche.
L’istinto di sopravvivenza, che è ancora forte in lui, lo
spinge a procurarsi i beni materiali necessari a soddisfare le dette esigenze,
ed in questo non vi è nulla di male.
Il male si sviluppa nel momento in cui l’uomo, non avendo
fede sufficiente nel fatto che Dio procurerà sempre a tutte le creature quanto è
necessario alla loro sopravvivenza, mette in moto l’egoismo e comincia a
desiderare ed a sottrarre agli altri molti più beni di quanti ne fossero
necessari alla sua sopravvivenza, disinteressandosi del fatto che a causa di
questo suo comportamento altri uomini, destinatari naturali di quei beni,
sarebbero morti di fame e di freddo.
Se, da un lato, è giusto attivarsi per procurarsi quanto è
necessario alla propria sopravvivenza, dall’altro lato è anche giusto destinare
il superfluo alle esigenze di fratelli bisognosi.
Non bisogna demonizzare, quindi, la tendenza dell’uomo ad
accumulare beni, perché, come si è detto, ciò risponde ad una esigenza naturale
indotta dall’istinto di sopravvivenza, piuttosto bisogna educare a mettere a
disposizione di chi ha bisogno i beni accumulati in eccedenza.
Questo fatto risulta essere estremamente difficile in una
società come la nostra in cui il principio di accumulazione della ricchezza ha
raggiunto livelli tali da concentrare la gestione della maggior quantità della
stessa nelle mani di pochissimi soggetti impersonali (grosse società di
capitale) privi di una coscienza ed agenti sulla spinta della sola logica del
profitto.
Per sorpassare la soglia che immette in un cammino spirituale
operativo occorre comunque vincere la paura del superamento dei bisogni
personali materiali.
I mistici raggiungono tale obiettivo rinnegando tutti i
propri beni materiali e affidandosi completamente alla carità di Dio.
Chi vuole raggiungere il regno dei cieli attraverso le opere,
di contro, deve usare un metodo diverso, non deve rinnegare i beni materiali,
come si è evidenziato, ma li deve considerare per quelli che sono, cioè
strumenti necessari a soddisfare bisogni propri e di altri uomini.
I beni materiali, quindi, sono energie che possono essere
utilizzate dagli uomini in modo positivo o negativo a seconda della direzione
che viene data alla loro destinazione.
L’uomo deve cercare di orientare l’uso di tali beni per il
raggiungimento di scopi positivi, cioè facendo in modo di vincere il desiderio
di possedere per sé anche il superfluo e di condividerlo con altri uomini
bisognosi. Occorre dare agli altri in modo disinteressato, il che significa non
solo trasferire ricchezza materiale, ma anche mettere a disposizione i propri
talenti sotto forma di servizio agli altri.
Dare non deve significare alimentare negli altri la pigrizia
e l’abitudine a trovare quello di cui necessitano senza fatica alcuna, ma
stimolare in loro lo spirito di emulazione ad essere a loro volta produttivi ed
a dare.
Dare non deve significare trasferire la proprietà di beni di
ingente valore nelle mani di chi non ha la forza spirituale adeguata a poterla
gestire in modo oculato, perché ciò significherebbe sprecare grandi energie
messe a disposizione da Dio per scopi più nobili e certo più utili dello
scialacquio.
Bisogna invece cercare di far in modo che a gestire i beni
materiali siano persone di alta levatura spirituale capaci di assicurare la
destinazione degli stessi a scopi umanitari.
A coloro che non hanno ancora sufficientemente sviluppato la
capacità di vincere il desiderio di usare i beni materiali per scopi egoistici,
bisogna solo offrire la possibilità di fruire di beni e di servizi in misura
proporzionata al soddisfacimento dei loro bisogni essenziali.
L’applicazione dei principi richiamati nel paragrafo
precedente sta a fondamento della realizzazione di un modello di vita sociale
che costituisce, allo stato dell’attuale evoluzione spirituale della maggior
parte dell’umanità, il migliore strumento di evoluzione collettiva verso la
fratellanza universale.
L’idea è quella di creare piccole comunità in cui il
superamento dei bisogni essenziali di vita dell’intera collettività deve essere
obiettivo di ciascun componente del gruppo, oltre che dell’intera collettività,
in modo che il superfluo venga messo a disposizione di chi ne abbia bisogno, in
via principale, nei rapporti interindividuali tra i vari componenti della
comunità e , in via secondaria, per soddisfare bisogni essenziali di propri
simili fuori dalla comunità.
Per raggiungere tale obiettivo, ogni aderente mette a
disposizione di tutta la comunità nella quale decide di vivere in collettività e
di lavorare i propri beni ed il proprio talento lavorativo.
La comunità produce quindi anche beni e servizi di cui sono
principali destinatari gli stessi componenti della comunità.

CAPITOLO 2
Negli ultimi decenni economisti di tutto il mondo hanno
approfondito lo studio di nuovi modelli di aggregato umano ove poter svolgere
vita sociale in quanto i modelli già esistenti (sia quello comunista, sia quello
capitalista puro) si sono dimostrati incapaci di eliminare le loro disfunzioni
degenerando progressivamente in modo irreversibile.
Tali economisti hanno guardato con estremo interesse ad
alcune mini comunità ove spontaneamente ciascun componente mette a disposizione
anche degli altri membri i beni di sua proprietà ed i propri talenti personali
in modo da essere a sua volta garantito in tutte le proprie necessità dalla
comunità stessa .
La comunità è, quindi, un piccolo stato nello stato dotato di
sue regole morali di buona convivenza.
Il modello sociale cui si è accennato, a livello
macroeconomico, è strutturato come una organizzazione sociale in cui all’interno
di uno stato convivono una pluralità di mini comunità del predetto tipo, da un
lato, e, dall’altro lato, singole famiglie che scelgono invece di vivere in modo
autonomo dalle comunità.
In detti modelli, quindi, le comunità costituiscono l’unico
aggregato sociale intermedio possibile tra la famiglia e lo stato, ed in esse
praticamente si fondono il modello capitalista ed il modello comunista.
Infatti, dal modello capitalista esse attingono la
possibilità di dare sfogo all’impulso iniziale che spinge l’uomo all’accumulo di
ricchezza per soddisfare le proprie esigenze, considerato che non privano della
proprietà personale dei beni, e ciò a differenza del modello Comunista, che
invece accentra tutta la proprietà dei beni nelle mani dello Stato.
Dal modello comunista, invece, il modello della comunità
acquariana mutua le finalità che l’aggregato sociale deve perseguire, e cioè il
destinare i propri beni in eccedenza al soddisfacimento delle esigenze di altri
uomini bisognosi.
Uno stato organizzato in comunità del detto tipo, guardato
dal punto di vista spirituale, segnerebbe senza dubbio un progresso, in quanto
gli uomini membri dello stato e delle comunità comincerebbero a smussare
significativamente il proprio egoismo gettando in tal modo le basi per la
realizzazione della fratellanza universale.
Il modello predetto, come si è detto, mantiene la proprietà
individuale in capo ai singoli che scelgono di destinarla anche ad uno scopo
altruistico, e fa leva sull’associazionismo spontaneo, cioè sul fatto che
l’aggregazione si crei per spirito di fratellanza.
Talvolta si può ravvisare la necessità di creare una
struttura giuridica tecnica di supporto, soprattutto quando coloro che hanno
spontaneamente creato e vissuto in una comunità temono che i propri beni , alla
loro morte, possano essere sottratti dai propri eredi alla destinazione di un
uso collettivo a cui erano stati destinati nei periodi antecedenti al loro
trapasso.
In tali casi la struttura tecnico giuridica più adatta è
quella della fondazione: si tratta di creare un soggetto giuridico
impersonale al solo fine di realizzare lo scopo che i fondatori si sono dati
- che in questo caso è la vita comunitaria - trasferendo a tale soggetto giuridico
i beni di loro proprietà. Tale soggetto è quindi composto da una compagine
personale, con la funzione esclusiva di gestione ed amministrazione dei beni
della fondazione, e da un patrimonio, che è vincolato alla realizzazione dello
scopo del predetto ente.
Pertanto le persone incaricate della gestione della
fondazione non potranno distogliere i beni che costituiscono il patrimonio
dell’ente dalla loro destinazione all’uso collettivo in seno alla comunità.
I membri appartenenti alla comunità potranno dedicare tutte
le proprie energie lavorative alla comunità, producendo beni o rendendo servizi
agli altri membri, oppure potranno svolgere un lavoro all’esterno di essa.
Coloro che decidono di lavorare a tempo pieno per la comunità
riceveranno dalla stessa una retribuzione equivalente a quanto corrisponde alle
esigenze essenziali proprie e della propria famiglia, in quanto il surplus,
secondo lo spirito associativo che accomuna tutti i membri, viene destinato ai
bisogni dell’intera comunità.
A loro volta coloro che lavorano all’esterno della comunità
tratterranno quanto necessario ai bisogni essenziali propri e della propria
famiglia e spontaneamente metteranno a disposizione della comunità le
eccedenze.
Il patrimonio della fondazione comunitaria, quindi, viene
integrato continuamente da nuovi apporti spontanei dei vari membri.
La fondazione, dal canto suo, utilizzerà tale patrimonio al
fine di garantire la migliore vivibilità sociale nella comunità.
Nell’ambito della comunità, quindi, verranno costruite
strutture completamente autogestite quali scuole, teatri, biblioteche, ecc..
Giova evidenziare che la comunità nasce da un moto spontaneo
dei propri membri e l’appartenenza alla stessa avviene per scelta (stimolata
dalla qualità della vita in quel contesto sociale) e non per imposizione, tant’è
che ciascun membro può decidere di non partecipare più alla comunità e di
riacquisire la titolarità dei beni di sua proprietà (già messi a disposizione
del gruppo sociale) riprendendo una vita autonoma.
E’ chiaro che, con il passare del tempo, poiché membri che
hanno cessato l’esistenza terrena avranno destinato in modo permanente beni di
loro proprietà alla realizzazione dello scopo della fondazione sociale, la
comunità sarà in grado di garantire ai membri superstiti e nuovi uno standard di
vita sempre più elevato in termini di quantità e qualità di beni e di servizi
offerti.
La comunità, comunque, può funzionare bene solo se al suo
interno aleggia in ciascun membro un sentimento ben preciso, quello di essere a
servizio di tutti gli altri membri secondo le proprie possibilità; non vi deve
essere alcun membro che sia o soltanto mero fruitore passivo o soltanto mero
datore disinteressato di beni e servizi ; ciascun membro, quindi , deve essere
sia datore che fruitore nel contempo.
Come si è già evidenziato, ciascuno deve cercare di stimolare
negli altri lo spirito di emulazione attraverso l’esempio.
Le comunità debbono comunque essere piccole e debbono
rimanere piccole (nell’ordine di centinaia di membri, non di migliaia), perché
nel momento in cui tendono ad ingrandirsi accentrano troppo potere nelle mani
degli amministratori.
Una struttura troppo grossa deve essere amministrata da
collegi di persone, e più si allarga la struttura amministrativa con componenti
aggiuntivi, più aumenta il rischio di inquinamento dello spirito originario
disinteressato.
E’ notorio che bastano poche gocce di acqua sporca in un
secchio di acqua pulita per intorbidire totalmente l’acqua del secchio.
Qualora ciò avvenisse, la comunità perderebbe il suo spirito
originario, si trasformerebbe in qualche altra cosa ed avvierebbe nel contempo
un meccanismo di autodisgregazione tanto più veloce quanto maggiore è il livello
di inquinamento sopravvenuto nella compagine sociale.
Infatti, in quest’ultimo caso, le guide della gerarchia
preposte ai gruppi sociali interverrebbero disperdendo ed allontanando i
soggetti inquinanti e ridimensionando la struttura materiale della comunità,
disgregandola e dividendola, al fine di stimolare i soggetti spiritualmente più
inclini a ricompattarsi e a ricomporre la piccola struttura originaria.
Una struttura organizzata in modo simile a quella della
comunità acquariana può essere una valida alternativa alle strutture che rendono
un servizio di assistenza agli anziani.
Queste ultime attualmente sono gestite da società di capitali
secondo la logica del profitto.
Spesso i mass media evidenziano che in tali strutture persone
anziane vengono maltrattate da soggetti privi di scrupoli.
Gli anziani, invece, soprattutto quelli sofferenti, hanno
bisogno di stare in contatto con persone amorevoli, dotate di grande pazienza e
perseveranza, capaci di saper trasmettere armonia, pace ed amore.
Sorge allora l’idea di usare il modello della comunità
acquariana per creare una struttura destinata ad ospitare persone anziane.
Un gruppo di persone anziane può infatti decidere di
accomunare i beni di loro proprietà ed autogestire in una comunità la loro vita.
Tali persone possono decidere di vivere insieme all’interno
di un unico grande edificio, dotato di infermeria e di tutte le strutture di
supporto necessarie ad un ottimo livello di vivibilità (quali palestre, saune
ecc;), creandosi, tra l’altro, un giardino di pertinenza ove poter svolgere le
proprie passeggiate.
Esse diventerebbero artefici del loro destino, non solo
destinatarie del servizio di assistenza, ma esse stesse realizzatrici di tale
servizio, organizzandolo nel modo ottimale secondo le proprie esigenze,
scegliendo i collaboratori esterni che abbiano i giusti requisiti di umanità,
divenendo esse stesse , qualora siano dotate di una certa autonomia motoria e
stiano bene in salute, operatrici attive capaci di prestare assistenza fisica e
morale agli altri confratelli più bisognosi.
Considerando il livello spirituale dell’umanità, comunque,
oggi appare concretamente più realizzabile una comunità di questo tipo rispetto
alla comunità acquariana descritta nei precedenti paragrafi di questo capitolo,
e ciò in quanto queste ultime sono strutture più complesse, che coinvolgono
molte più persone delle comunità socio-assistenziali e necessitano di una area
territoriale di diversi ettari in cui realizzare un certo numero di costruzioni
destinate ad ospitare le famiglie dei vari membri e le infrastrutture che la
comunità intende darsi (scuole, opifici, biblioteche, teatri, chiese ecc.; ),
mentre le comunità socio-assistenziali per anziani, partendo da un obiettivo
diverso da quello delle comunità acquariane, possono essere realizzate anche in
una sola unica grande struttura (quale una grossa villa, o un grosso edificio)
connotata da pertinenze (come per esempio un giardino).
In ogni caso, considerato che l’umanità è destinata a
raggiungere l’obiettivo della fratellanza universale, il modello comunitario
acquariano appare comunque l’unico possibile nuovo sistema di vita sociale del
futuro.